Negli Stati Uniti si fuma più cannabis che sigarette: bello ma pericoloso!
Negli USA il consumo di cannabis supera le sigarette. Ma questo ci mette in guardia su un possibile pericolo...
Andrea Marangi - @tork3
Pubblicato il 19 ago 2026

Negli Stati Uniti sta avvenendo un sorpasso che fino a pochi decenni fa sarebbe sembrato difficile da immaginare: oggi più adulti dichiarano di fumare cannabis che sigarette.
Non significa che le canne abbiano semplicemente sostituito le sigarette. E non significa nemmeno che la legalizzazione della cannabis abbia automaticamente prodotto questo risultato.
Dietro questi numeri ci sono almeno due fenomeni che si stanno verificando contemporaneamente: da una parte il progressivo declino delle sigarette, dall'altra la crescente diffusione e normalizzazione della cannabis.
Due storie diverse che, però, stanno iniziando a incrociarsi.
E c'è un particolare che rende questo incrocio ancora più interessante: alcune delle più grandi multinazionali del tabacco hanno già iniziato a investire nel mercato della cannabis.
La domanda, quindi, non riguarda soltanto cosa fumano oggi gli americani.
Riguarda anche quale industria della cannabis vogliamo costruire domani.
Il sorpasso della cannabis sulle sigarette
Secondo i dati aggregati Gallup del 2023 e 2024, il 15% degli adulti statunitensi dichiara di fumare cannabis.
Quando Gallup introdusse questa domanda nel 2013, la percentuale era appena del 7%.
In poco più di dieci anni è quindi più che raddoppiata.
Nello stesso periodo è avvenuto qualcosa di molto diverso con le sigarette.
Nel 2024 soltanto l'11% degli adulti americani dichiarava di aver fumato almeno una sigaretta nell'ultima settimana.
È uno dei livelli più bassi mai registrati da Gallup.
Per rendersi conto della dimensione del cambiamento basta tornare indietro nel tempo: quando Gallup fece la stessa domanda nel 1944, a rispondere positivamente era il 41% degli adulti americani.
La sigaretta, un tempo onnipresente nella società americana, è diventata progressivamente meno comune.

Attenzione però: 15% contro 11% non è un confronto perfetto
C'è una precisazione metodologica importante.
Gallup non misura cannabis e sigarette utilizzando esattamente la stessa domanda.
Nel caso della cannabis viene chiesto agli intervistati se la fumano. Nel caso delle sigarette, invece, viene chiesto se ne abbiano fumata almeno una nell'ultima settimana.
Le finestre temporali non sono quindi perfettamente sovrapponibili.
Possiamo correttamente osservare che nei dati Gallup la percentuale di americani che dichiara di fumare cannabis è ormai superiore alla percentuale che dichiara di aver fumato sigarette nell'ultima settimana.
Sarebbe invece scorretto trasformare questi dati nella conclusione che milioni di americani abbiano semplicemente abbandonato le sigarette per passare alle canne.
I due fenomeni possono procedere contemporaneamente senza che uno sia necessariamente la causa dell'altro.
È colpa — o merito — della legalizzazione?
È probabilmente la domanda più immediata.
Dal 2012, quando Colorado e Washington furono i primi Stati a legalizzare la cannabis per uso adulto, il panorama americano è cambiato rapidamente.
Nel 2024 erano ormai 24 gli Stati che avevano legalizzato forme di mercato commerciale della cannabis per adulti.
È quindi inevitabile chiedersi se la legalizzazione abbia contribuito all'aumento dei consumi.
La risposta più corretta è: probabilmente sì, almeno in parte, ma non possiamo attribuirle da sola l'intero aumento.
La letteratura scientifica sugli effetti della legalizzazione continua infatti a evolversi e non permette di interpretare il passaggio dal 7% al 15% come un semplice rapporto di causa-effetto.
Nel frattempo sono cambiate moltissime altre cose.
È diminuito lo stigma sociale associato alla cannabis. È cambiata la percezione dei suoi rischi. Sono aumentate disponibilità e accessibilità dei prodotti. È cresciuto enormemente il dibattito sull'uso terapeutico. Sono cambiate le generazioni che compongono la popolazione adulta americana.
E, soprattutto, legalizzare non significa semplicemente togliere un divieto.
Significa decidere quale mercato prenderà il suo posto.
La storia opposta delle sigarette

Mentre la cannabis diventava progressivamente più accettata, il tabacco percorreva quasi la strada inversa.
Per decenni le sigarette sono state parte integrante della cultura occidentale.
Si fumava nei ristoranti, negli uffici, sugli aerei, nei film e negli studi televisivi. Le pubblicità associavano le sigarette alla libertà, alla sensualità, alla virilità, all'indipendenza e persino allo sport.
Poi la percezione sociale è cambiata.
Le prove scientifiche sui danni del fumo sono diventate sempre più difficili da ignorare. Sono aumentate le restrizioni alla pubblicità, i divieti di fumare negli spazi pubblici, le tasse, le avvertenze sanitarie e le campagne di prevenzione.
E progressivamente fumare sigarette ha smesso di essere considerato un comportamento normale e quasi inevitabile della vita adulta.
Oggi l'Organizzazione Mondiale della Sanità attribuisce al tabacco oltre 7 milioni di morti ogni anno, comprese più di 1,6 milioni tra persone che non fumano ma sono esposte al fumo passivo.
Pochissimi prodotti commerciali hanno avuto un impatto sanitario comparabile.
Ma il tabacco non è sempre stato Marlboro
C'è un paradosso storico che vale la pena ricordare.
Prima di diventare la materia prima di una delle industrie più potenti del Novecento, il tabacco era semplicemente una pianta.
Diverse popolazioni indigene delle Americhe utilizzavano specie di Nicotiana in contesti rituali, sociali e medicinali.
Quando gli europei entrarono in contatto con il tabacco, furono affascinati dalle proprietà che gli venivano attribuite.
Tra Cinquecento e Seicento la pianta iniziò a essere descritta in testi medici ed erbari europei come rimedio per numerose condizioni. La sua reputazione divenne tale da guadagnarsi appellativi equivalenti a “erba santa”.
Naturalmente questo non significa che quelle presunte proprietà terapeutiche fossero scientificamente fondate secondo gli standard moderni.
Il punto storico è un altro.
La storia del tabacco non nasce con il pacchetto di sigarette.

La pianta è esistita per millenni. Ciò che ha prodotto la gigantesca epidemia sanitaria moderna è stato un particolare incontro tra sostanza, combustione, dipendenza da nicotina, produzione industriale di massa, distribuzione globale e marketing.
Ed è proprio questo passaggio che dovrebbe interessarci mentre costruiamo un mercato legale della cannabis.
Big Tobacco ha già messo un piede nella cannabis

Le grandi multinazionali del tabacco osservano da tempo l'evoluzione del settore.
Uno degli esempi più significativi riguarda Altria, il gruppo che negli Stati Uniti controlla Philip Morris USA, produttore di Marlboro.
Nel marzo 2019 Altria completò un investimento di circa 1,8 miliardi di dollari statunitensi nella canadese Cronos Group, società attiva nel settore dei cannabinoidi.
L'operazione consegnò ad Altria una partecipazione economica e di voto di circa il 45% di Cronos.
Non parliamo quindi di un piccolo investimento esplorativo.
Parliamo di uno dei maggiori gruppi mondiali legati al tabacco che ha deciso di investire miliardi in una società della cannabis.
Anche British American Tobacco ha progressivamente investito nel settore attraverso la canadese Organigram.
Questo non significa che “Big Tobacco controlli la cannabis”.
Sarebbe un'esagerazione.
Significa però qualcosa che merita attenzione: aziende con decenni di esperienza nella commercializzazione di sostanze psicoattive hanno identificato cannabis e cannabinoidi come un mercato potenzialmente strategico.
Il vero rischio potrebbe essere ripetere il modello del tabacco
Essere contrari alla proibizione non significa necessariamente essere favorevoli a qualsiasi forma di mercato.
Sono due questioni completamente diverse.
Possiamo ritenere ingiusto arrestare una persona perché possiede cannabis e, contemporaneamente, ritenere una pessima idea permettere alle aziende di bombardare quella stessa persona di pubblicità per convincerla a consumarne sempre di più.
Possiamo sostenere la regolamentazione legale e contemporaneamente imporre limiti alla concentrazione dei prodotti, al marketing rivolto ai giovani, alla pubblicità e alle strategie commerciali progettate per aumentare la frequenza del consumo.
Perché un'azienda ha un incentivo economico molto semplice:
vendere di più.
La salute pubblica ne ha un altro:
ridurre i danni.
Questi due interessi non coincidono necessariamente.
Ed è una delle lezioni più importanti che ci ha lasciato la storia del tabacco.
Cannabis e tabacco non sono la stessa cosa
Fare questo parallelo richiede però un'altra precisazione fondamentale.
Cannabis e tabacco non hanno lo stesso profilo di rischio e non avrebbe senso suggerire che siano equivalenti.
Il carico globale di malattia e mortalità attribuito al tabacco è enorme e ampiamente documentato.
Ma riconoscere questa differenza non significa trasformare la cannabis in una sostanza innocua.
Gli effetti e i rischi cambiano in funzione di dose, frequenza, età di inizio, concentrazione di THC, modalità di assunzione, contesto e vulnerabilità individuale.
Un consumo occasionale da parte di un adulto non è la stessa cosa di un consumo quotidiano ad alta intensità.
E fumare cannabis aggiunge un elemento specifico: la combustione.
Bruciare materiale vegetale genera fumo e sostanze irritanti e tossiche per l'apparato respiratorio. Il fatto che cannabis e tabacco siano sostanze differenti non rende salutare inalare prodotti della combustione.
Parlare seriamente di legalizzazione significa parlare anche di queste differenze.
Legalizzare senza creare una nuova Big Tobacco

Forse il dato Gallup è interessante proprio perché arriva in un momento storico particolare.
Una sostanza che per decenni è stata criminalizzata sta diventando progressivamente più normale.
Un'altra sostanza che per decenni è stata normalizzata e commercializzata praticamente ovunque sta diventando progressivamente meno utilizzata.
La lezione da trarne non dovrebbe essere:
“la cannabis ha vinto e il tabacco ha perso”.
È troppo semplice.
La domanda più interessante è un'altra:
possiamo imparare dagli errori commessi con il tabacco mentre decidiamo come regolamentare la cannabis?
Legalizzare non deve necessariamente significare liberalizzare completamente.
E superare il proibizionismo non significa dover costruire un mercato il cui successo venga misurato dal numero di grammi venduti o dal numero di consumatori abituali conquistati.
Esiste uno spazio enorme tra due estremi: da una parte criminalizzare chi consuma; dall'altra lasciare che sia esclusivamente il mercato a decidere come una sostanza psicoattiva debba essere venduta, pubblicizzata e normalizzata.
In quello spazio possono esistere regolamentazione, educazione, controllo della qualità, prevenzione, tutela dei minori, informazione sui rischi e riduzione del danno.
La storia del tabacco ci ha mostrato quanto possa essere difficile intervenire quando un'industria miliardaria e una cultura del consumo sono già profondamente radicate.
Con la cannabis abbiamo la possibilità di discuterne prima.
Superare il proibizionismo senza trasformare il consumo in un obiettivo commerciale.
Forse è questa la vera sfida.
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### Fonti principali
Gallup, What Percentage of Americans Smoke Marijuana? (2024).
Gallup, Cigarette Smoking Rate in U.S. Ties 80-Year Low (2024).
National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, Cannabis Policy Impacts Public Health and Health Equity (2024).
World Health Organization, Tobacco and nicotine.
Altria Group / SEC, documentazione sull'investimento in Cronos Group.
British American Tobacco / Organigram, documentazione societaria sugli investimenti nel settore cannabis.
Charlton A., Medicinal uses of tobacco in history, Journal of the Royal Society of Medicine (2004).
Sostanze citate